La mia prima fic su Cobra 11!!

E' basata sulla falsa riga dell'episodio "Un incubo per Semir", con qualche personaggio aggiunto:
-Kelly Gibbs, il mio personaggio.
-Johanna Burnett, il personaggio di una mia amica.
-Don Flack [comparsa], dalla serie CSI:NY.
Una Nuova Collega
-Gibbs, Gerkhan, potete venire un momento?- la Engelhardt si affacciò alla porta -Ma dov’è Gerkhan?!- aggiunse irritata, quando vide che la scrivania di Semir era vuota.
-Non lo so, capo, non l’ho ancora visto- Kelly fece un gesto di indifferenza, poi si alzò e seguì il capo nel suo ufficio. Seduta sulla sedia di fronte alla scrivania del capo c’era una ragazza che doveva avere più o meno la sua età, con i capelli corti, castani come gli occhi e un paio di occhiali con la montatura azzurra.
-Gibbs, lei è Johanna Burnett e sarà la vostra nuova collega- annunciò la Engelhardt con un gran sorriso.
Kelly ebbe un sussulto -Cosa?! Capo, noi lavoriamo benissimo anche in due!-.
-Credo proprio di no. Ti devo ricordare cosa successe dopo la morte di Fux, quando tu e Gerkhan non volevate che...-.
-Ok, basta ho capito- la interruppe.Ci mancava solo che il capo le facesse fare un ‘tuffo nel passato’, facendole ricordare i bei momenti trascorsi con André o Tom.
-Bene, quindi ora ti chiederei di mostrare alla signorina Burnett la sua postazione, dove appoggiare le sue cose e di farle fare un giro dell’ufficio presentandole i colleghi- disse, alzandosi ed andando ad aprire la porta -Ah, dimenticavo. Rintraccia Gerkhan-.
A Kelly venne voglia di dire “Nient’altro?”, ma si limitò a sorridere e ad annuire. Entrò nel suo ufficio, seguita da Johanna -Quella è la tua scrivania- le disse, indicando quella che era stata la scrivania di Tom, poi alzò la cornetta del telefono e compose il numero di Semir. Niente, non rispondeva né a casa né al cellulare. Dopo svariati tentativi decise di lasciar perdere -Se la vedrà con il capo- sospirò.
-Eri nella Marina Americana?- chiese Johanna, puntando lo sguardo sulla fotografia posata accanto al telefono, che raffigurava Kelly in divisa accanto a suo padre.
-Non ero un Marine, ero nell’NCIS, la...-.
-Squadra investigativa della Marina- completò Johanna tutto d’un fiato.
-Come...?-.
-Come faccio a saperlo? Vengo dagli USA anche io- sorrise.
-Davvero?-.
-Sì. Ero nella Omicidi di New York-.
-Cavolo... e come mai hai lasciato un lavoro del genere per passare alla Polizia Autostradale?-.
-Beh, è una storia un pò lunga... te la racconterò poi... in poche parole me ne sono andata perchè se n’è andato il mio compagno- Johanna distolse lo sguardo dagli occhi di Kelly, che però riuscì lo stesso ad intravedere nei suoi un velo di tristezza -Tu invece?-.
Kelly indicò con un cenno del capo la sedia vuota di Semir -Per un motivo che di nome fa Semir e di cognome Gerkhan- sorrise -Ero qui con l’NCIS per indagare su un caso e... non me ne sono più andata-.
-Stai dicendo che te ne sei innamorata così follemente da mollare l’NCIS?- Johanna spalancò gli occhi dalla sorpresa -Wow, questo Gerkhan deve essere un tipo niente male...-.
Entrambe scoppiarono a ridere. Si conoscevano da pochissimo e già sapevano che sarebbero diventate ottime amiche.
-Dai vieni, ti faccio fare un giro dell’ufficio, se no il capo...- Kelly non fece in tempo a terminare la frase, perchè improvvisamente si udì uno stridio di gomme e un boato, seguito da un antifurto di un auto.
Tutti si precipitarono fuori.
-La mia macchina!- gridò Kelly, vedendo con orrore la sua Chrisler nera accartocciata in un groviglio di lamiere, insieme alla Porsche di Otto e Dieter e alla Mercedes rossa della Engelhardt. Vi si era schiantata contro una BMW nera con i vetri oscurati. La ragazza si precipitò ad aprire lo sportello del guidatore, con la pistola in mano -Si può sapere che ti è saltato...- le parole le si spensero in gola, il suo respiro si fece affannoso e la pistola le cadde di mano, quando vide il volto di chi aveva combinato quel disastro.Sul sedile del conducente c’era infatti l’ultima persona che si aspettasse di trovarvi: Semir.
Johanna la raggiunse -Non dirmi che lui è...- mormorò, portandosi una mano alla bocca.
Kelly annuì, lentamente, ancora in preda allo shock.
-Oh mio Dio qui esplode tutto!- esclamò Johanna, indicando il cofano della berlina che aveva preso fuoco.
-Io lo tiro fuori di qui tu chiama un’ambulanza e i vigili del fuoco!-.
La nuova arrivata non se lo fece ripetere due volte. Si allontanò, raggiungendo gli altri colleghi all’interno dell’edifcio. Pochi secondi dopo ci fu uno scoppio assordante e tutta la vetrata della sede andò in frantumi.
-Come va?- Kelly entrò nella stanza di Semir.
-Che mi è successo?- chiese lui, massaggiandosi la testa.
-Speravo me lo sapessi dire tu...- si sedette ai piedi del suo letto e lo guardò dritto negli occhi -Stamattina ti sei schiantato contro tre nostre auto ed è saltato tutto in aria. In più la macchina che guidavi tu risulta rubata-
Semir impallidì -No, non è possibile…-.
-Ricordi qualcosa di ieri sera?-.
-Solo un vialetto costeggiato da palme-.
-Palme? Palme a Colonia? Sei sicuro?-.
-Sì… è il ricordo più chiaro che ho… Se solo non avessi questo malditesta…-.
-Va bene, va bene così- si sforzò di sorridere.
-Che ti è successo alla mano?- Semir indicò la mano sinistra della collega, fasciata.
-Niente di grave, mi ha ferita una scheggia di vetro-.
-Mi dispiace-.
-Non è stata colpa tua-.
-Invece sì. Se non avessi combinato questo casino tu…- Kelly lo zittì.
-Io non avrei un tagliettino insignificante sulla mano-.
Scoppiarono a ridere.
Johanna intanto osservava la scena dalla sala d’attesa. Guardando com’erano uniti Kelly e Semir le tornarono in mente i giorni trascorsi a New York con Flack. Lavorava bene con lui e lo amava. Perché, perché quella decisione improvvisa di lasciare la Omicidi? E soprattutto, perché senza avvertire nessuno? Ricordava ancora quel bigliettino lasciato sul tavolo di casa loro, in una fredda mattina invernale. Frugò nella sua borsa e lo trovò. Diceva ‘Scusa se non ti ho detto niente prima, ma non volevo farti soffrire. Devo andarmene. Ti prometto che un giorno tornerò a trovarti. Tu però mi devi promettere che non lascerai la Omicidi a causa mia. Ci rivedremo presto. Tuo Don’. Rileggere quelle parole le fece male, molto male.
In quel momento Kelly uscì dalla stanza.
-Come sta Semir?- le chiese Johanna, alzandosi e seguendola lungo il corridoio.
-Non ricorda cosa gli è successo-.
-Quindi ora che si fa?-.
-Torniamo al comando-.
In ufficio Kelly e Johanna trovarono Hartmut che le stava aspettando.
-Hartmut, cos’è quella faccia da funerale?- chiese Kelly.
-Semir ha ucciso un uomo- rispose Hartmut passandole il fascicolo che teneva in mano.
-COSA?!- quasi glielo strappò dalle mani -Hai trovato sangue sul paraurti anteriore e… oddio… resti umani carbonizzati nel portabagagli- lesse, abbassando sempre di più la voce ad ogni parola.
-Non ci credo- mormorò Johanna lasciandosi cadere sulla sedia -Ma qui da voi è sempre così quando arriva un nuovo collega?-.
-Con Tom è stato peggio, molto peggio- la rassicurò Hartmut. A quelle parole lo stomaco di Kelly fece una capriola. “Non pensarci” si disse “Non pensarci!”. Ma fu tutto inutile, perché da qualche parte nella sua memoria si risvegliò il ricordo di quella giornata trascorsa in corsa sulla A4, una giornata terribile e meravigliosa allo stesso tempo…
-Ah, Otto e Dieter hanno trovato l’auto di Semir- la voce del tecnico interruppe quell’interminabile sequenza di ricordi -Vi scrivo l’indirizzo, loro vi aspettano là- scarabocchiò l’indirizzo su un fogliettino di carta e se ne andò.
Kelly lo prese in mano e lesse -Certo! Come ho fatto a non pensarci?- gridò, balzando in piedi e facendo prendere un colpo alla collega.
-Che succede?- le chiese Johanna, alzandosi a sua volta.
-A questo indirizzo c’è un club gestito da un amico turco di Semir… ecco dove aveva visto le palme! Andiamo!- uscì di corsa e quando Johanna la raggiunse era già in auto con il motore e il lampeggiante acceso.
-Perché metti il lampeggiante? Non dobbiamo mica inseguire qualcuno!- osservò.
Kelly rispose con un sorrisetto. Johanna se ne sarebbe resa conto presto.
Infatti, poco dopo l’auto percorreva a gran velocità la statale.
-Aaaaaaargh! Ma chi ti ha insegnato a guidare?- gridò Johanna aggrappandosi con tutte le sue forze al sedile, mentre la collega sterzava violentemente e accelerava.
-Mio padre- rispose Kelly con indifferenza.
-Cioè anche lui guida così?-.
-Certo che no. Lui guida peggio-.
-Povera me. Sto per vomitare-.
Kelly rise e frenò bruscamente -Siamo arrivate-.
Di fronte al bar era parcheggiata la macchina di Semir e quella di Otto e Dieter.
-Johanna, perquisisci l’auto- le mise in mano la chiave e un paio di guanti di lattice -Io parlo con il proprietario-.
-Ci abbiamo già parlato noi- intervenne Dieter -Non gli abbiamo cavato molto-.
-Non ti preoccupare, mi conosce- entrò. Nella stanza c’era solo il barista -Polizia- gli disse, mostrandogli il tesserino -Dove trovo…-.
-Kelly! Che piacere!- da una porta seminascosta dietro al bar uscì l’uomo che stava cercando, Hassahn Hammar, il proprietario del locale -A cosa devo l’onore?-.
-Lo sai benissimo. Voglio sapere per filo e per segno cos’è successo ieri sera con Semir- si sedette sul divanetto al centro della sala.
-L’ho già detto ai tuoi colleghi... ma se preferisci sentirlo da me… Allora, Semir è arrivato sul tardi ed è rimasto fino a stamattina presto. Ho notato che ha bevuto più del solito e che era un po’ ‘sballato’, così gli ho chiesto di chiamare te per accompagnarlo a casa, non volevo che guidasse in quelle condizioni… ma lui ha affermato di essere perfettamente lucido e se n’è andato con le sue gambe. Poi non l’ho più visto. Ora come sta?-.
-Non ricorda niente-.
-Mi dispiace. Portagli i miei saluti-.
-Contaci-.
In quel momento Johanna entrò, tenedo in mano un flaconcino.
-L’ho trovato nell’auto di Semir- disse, porgendoglielo.
Kelly si mise i guanti e lo prese -Questa è l’aspirina che Semir tiene in auto, cosa c’è che non va?-.
-Non è aspirina- la collega le mostrò il test che aveva effettuato sulla sostanza all’interno -E’ droga-.
-Avete scoperto qualcosa?- chiese Semir non appena vide Kelly entrare nella sua stanza.
-Ieri sera sei stato nel locale di Hassan- iniziò Kelly -Lui sostiene di averti chiesto di andartene perché avevi bevuto troppo-.
-Non è vero! Sto sempre attento quando bevo! Sono un poliziotto, per la miseria!-.
-Non è tutto. Nella tua auto abbiamo trovato della droga e…-.
-Ma è impossibile!- Semir scese dal letto e prese a camminare su e giù per la stanza.
-Fammi finire!- esclamò Kelly.
-C’è di peggio?-.
-Molto peggio. Nel portabagagli dell’auto rubata Hartmut ha trovato i resti di un cadavere e del sangue sul parafango anteriore-.
-Ho… ho ucciso un uomo?!- Semir si sentì mancare -No, no, non è vero… è un incubo… Non sono stato io, non posso essere stato io! Mi vogliono incastrare!-.
-Semir, calmati- Kelly gli si avvicinò e gli prese una mano, ma lui si divincolò.
-Calmarmi? Mi dici come faccio a stare calmo? Probabilmente mi sono fatto e ho ucciso una persona e tu mi vieni a dire di stare calmo? Cosa faresti tu nella mia situazione? Staresti calma? Io credo proprio di no!-.
-Ci sono passata- disse, guardandolo negli occhi -Quando ero ancora all’NCIS. Hanno tentato di incastrare anche me in un caso di omicidio-.
-Mi… mi dispiace- Semir si morse il labbro inferiore. Si sentiva terribilmente in colpa.
-Non fa niente. Ti capisco- si sforzò di sorridere e lo abbracciò -Comunque, tornando al caso, se ti hanno veramente incastrato vorranno ucciderti e faranno passare il tuo omicidio per un suicidio. Quindi Otto e Dieter rimarranno qui fuori-.
-Come hai fatto a convincere il capo a lasciarmi due agenti di guardia?-.
-Gliel’ho semplicemente chiesto. La Engelhardt non vuole perdere il suo uomo migliore-.
Più tardi, Kelly e Johanna stavano pranzando nel loro ufficio.
-Mi vuoi raccontare quella stroria lunga di cui parlavi prima?- chiese Kelly, rompendo il silenzio che regnava nella stanza.
-Quale… oh. Non ti sfugge proprio niente, eh?- la collega smise di piluccare il cibo con la forchetta e abbozzò un sorriso.
-Prima di entrare all’NCIS devi seguire per forza un corso di psicologia. Io sono passata a pieni voti-.
-Si vede…-.
-Dai, racconta-.
-Quando sono entrata nella Omicidi il mio capo mi affidò ad un agente più esperto di me, Don Flack. Siamo diventati subito buoni amici, poi quell’amicizia è diventata… ecco… piuttosto intima. Insomma, alla fine ci siamo innamorati, vivevamo insieme e una mattina mi trovo questo sul tavolo- estrasse dalla borsa il biglietto e lo porse a Kelly.
-Non hai mantenuto la promessa-.
-Lo so. Ma era troppo doloroso continuare a lavorare lì- rimase per un attimo in silenzio, con lo sguardo puntato fuori dalla finestra -Chi era Fux?- chiese improvvisamente, risvegliandosi da quella specie di trance.
Kelly si sentì un nodo in gola -Un nostro collega. È morto a Maiorca durante un’indagine, qualche anno fa- disse, cercando di evitare lo sguardo di Johanna. Non serviva aver studiato psicologia per capire che le faceva male parlare di lui.
-Mi dispiace- mormorò Johanna, accorgendosi dei suoi occhi lucidi -Lui invece chi è?- indicò la foto sulla scrivania di Semir, che raffigurava lui, Kelly e Tom durante una vacanza, la più bella trascorsa insieme. Certo, avevano rapito Tom e cercato di ucciderlo e Semir aveva dimenticato la roba da mangiare in ufficio, ma era stata fantastica comunque.
-Tom Kranich, altro nostro collega. Si è dimesso la settimana scorsa perché è morta la sua ragazza-.
Il silenzio calò di nuovo tra le due.
All’improvviso, Hartmut irruppe nella stanza così violentemente che per poco non mandò in frantumi la porta di vetro. Johanna sobbalzò, tirandosi dietro il piatto ancora pieno di cibo.
-Scusami- le disse lui, poi si rivolse a Kelly -Semir è stato drogato!- annunciò raggiante -Forse…-.
-Che hai detto?!- Kelly per poco non si strozzò con il cibo.
-Sul tubetto dell’aspirina ho trovato un’impronta che non è di Semir… guarda un po’ di chi è…- le porse un foglio.
-Ti ho beccato…- fece lei, mentre un sorriso a trentadue denti si faceva largo sul suo viso. Balzò in piedi e saltò in collo ad Hartmut -Ti ho mai detto che ti adoro?- gli disse, poi fece cenno a Johanna di seguirla.
-Mi vuoi spiegare che succede o no?- sbuffò Johanna, avvinghiandosi più che poteva al sedile dell’auto della collega.
-Il barista del locale di Hassan ha sostituito l’aspirina di Semir con della droga che combinata con l’ alcool causa forti allucinazioni e cose del genere. In pratica ti manda fuori di testa- spiegò Kelly, sterzando paurosamente verso destra.
-Ecco spiegato perché stamattina ha distrutto tre auto…-.
L’auto si fermò e Kelly scese senza nemmeno chiudere lo sportello. Entrò nel locale sbattendo la porta. Il barista si girò e non appena la vide scavalcò il bancone e si corse verso l’altra uscita. Non fece in tempo però ad aprirla che questa si spalancò e lo centrò in piena faccia, facendolo cadere.
-Bella mossa- sorrise Kelly a Johanna, che intanto aveva estratto la pistola.
-Beh, non era niente di che…- arrossì.
Intanto la collega aveva alzato di peso il barista e lo aveva ammanettato. Le fece cenno di portarlo in auto. In quel momento le squillò il cellulare.
-Gibbs- rispose.
-Kelly! Semir… Semir è scomparso!- ansimò Dieter dall’altra parte.
Ebbe un tuffo al cuore -Come scomparso?! Non dovevate tenerlo d’occhio?-.
-Sì ma… è andato in bagno… noi abbiamo aspettato fuori ma poi… poi abbiamo sentito un colpo di pistola e siamo entrati… ma lui non c’era!-.
-Non muovetevi da lì, arrivo- chiuse la telefonata.
-Che è successo?- le chiese Johanna.
-Semir… è sparito-.
-Cosa?!-.
-Tu torna in centrale con quello e interrogalo insieme al capo. Io intanto vado in ospedale- detto questo lanciò le chiavi della sua auto alla collega e prese un’auto dei colleghi di pattuglia. Accese sirena e lampeggiante e partì a tutta velocità.
-Allora?- chiese a Otto e Dieter una volta arrivata in ospedale.
-La Scientifica sta cercando delle tracce- riferì Dieter.
-E il proiettile è partito da una 9 millimetri, quasi sicuramente quella di Semir- gli fece eco Otto.
-Lo sapevo…- sospirò lei, passandosi una mano sul viso. Si sentiva terribilmente stanca. Da quella mattina si era fermata solo una decina di minuti per pranzare. Ma non aveva nemmeno voglia di tornarsene a casa a non far niente. Non sarebbe nemmeno riuscita a dormire, pensando a Semir in giro per Colonia da solo, inseguito da un killer senza scrupoli… O addirittura poteva essere già morto… Kelly cercò di scacciare quell’orribile ipotesi.
-Perché non vai a riposarti un po’?- disse la voce di Hartmut alle sue spalle.
-Non sopporterei di starmene con le mani in mano mentre Semir è là fuori con un killer alle calcagna-.
-Ma hai bisogno di riposare- insistette.
-Lo so ma non posso!- esclamò, non riuscendo a controllare il tono tagliente della voce. La stanchezza stava facendo effetto…
-Vai a casa- ripeté Hartmut -Non puoi continuare a lavorare così-.
-Hai ragione ma….- si interruppe ad un’occhiataccia dell’amico -Ok ok vado a casa. Ma non appena scopri qualcosa chiamami, anche se è mezzanotte, chiaro?-.
Le strizzò l’occhio e Kelly ricambiò con un sorriso, poi se ne andò.
Quando fu a casa Kelly si buttò sul divano, ma nonostante sentisse le palpebre pesantissime non riuscì ad addormentarsi. Prese il telefono e compose il numero di Johanna.
-Dove sei?- le rispose la voce della collega.
-Ehi, e il “pronto” dov’è finito?-.
-Oh sì scusa ma mi ero preoccupata! Non sei tornata in ufficio…-.
-Sono a casa. La stanchezza mi sta facendo dare i numeri ma non riesco a dormire-.
-Ti capisco- Johanna c’era passata. Quando Flack se n’era andato non aveva dormito per un bel pezzo. Era agitata, non sapeva dove si trovasse e se stesse bene. Se le capitava di ripensarci certe volte faceva fatica a prendere sonno e se ci riusciva veniva tormentata dagli incubi…
-Non so che cosa fare! Non posso starmene qui senza far niente mentre il mio collega è…- sentì un tonfo provenire dalla sua camera da letto e il sangue le si gelò nelle vene.
-Kelly?- chiamò Johanna dall’altra parte.
Kelly non rispose. Aveva la bocca asciutta e il cuore le martellava nel petto. Un secondo rumore le fece scattare la mano alla pistola. Lentamente si alzò e si meravigliò di riuscire a stare in piedi, visto che le gambe le tremavano da morire. “Lavori in polizia, per la miseria!” si disse “Come puoi reagire così? Sei pure armata!” ma non riusciva a convincersi.
Posò una mano tremante sulla maniglia della stanza e con l’altra strinse talmente il calcio della pistola che le nocche le diventarono bianche “Uno…Due…” trasse un respiro profondo e fece irruzione nella camera.
-Ferma!!! Non sparare!!- gridò Semir, portando istintivamente le mani sopra alla testa.
-Semir?- fece Kelly, incredula -Che ci fai qui?-.
-Mi nascondo-.
-Da chi?-.
-Dai tirapiedi di Hassan. È tutto il giorno che mi inseguono. Non sapevo dove andare! Casa mia l’hanno fatta a pezzi… Ora però quella la puoi abbassare…-.
Kelly rimise la pistola nella fondina e i due si abbracciarono.
-Ah, mi dispiace per quello…- Semir indicò il portatile di Kelly, mezzo distrutto a terra -Sono inciampato nel filo-.
-Fa niente, ci penserà Hartmut- sorrise.
In quel momento sembrò che la porta d’ingresso dovesse crollare. Johanna stava tentando di sfondarla, ma con scarsi risultati. Kelly aprì e per poco la collega non le cadde in braccio.
-Kelly! Oh mio Dio, stai bene!- esclamò con un gran sorriso quando la vide -Stavamo parlando al telefono quando non ti ho più sentita… Oddio mi è venuto un colpo!-.
-Sai che esiste il campanello, vero?-.
-Oh, scusa per la porta, ma se ne occupava sempre Flack di sfondarle…-.
-Me ne sono accorta- si scostò per farla passare -Comunque… se fossi riuscita a sfondarla non so cosa ti avrei fatto-.
Solo quando fu entrata si accorse della presenza di Semir.
-E lui… oh non mi dire che è…-.
Kelly annuì e sorrise.
-Johanna Burnett- disse Johanna, porgendo la mano a Semir -La vostra nuova collega-.
-Nuova che?!- esclamò lui, balzando indietro -Sbaglio o avevamo chiarito con la Engelhardt che stiamo benissimo anche in due?-.
-Forse non stiamo così bene, Semir- intervenne Kelly -Se non ci fosse stata lei oggi non so come avrei fatto-.
Sul volto di Johanna si dipinse un sorriso orgoglioso che andava da un orecchio all’altro.
-Penso che se avessi dovuto affrontare una giornata come oggi da sola mi sarei sparata un colpo dalla disperazione!-.
-Non ci credo- ridacchiò Semir. Improvvisamente il suo stomaco prese a brontolare incontrollatamente.
Kelly e Johanna si resero conto che anche loro erano affamate come lupi.
-Preparo la cena- annunciò Kelly, sparendo in cucina.
Poco dopo erano tutti e tre a tavola a ridere e a scherzare come matti. Dopo una giornata così ci voleva… Infine si stiparono nel letto di Kelly e la stanchezza li fece addormentare quasi subito.
L’indomani la prima a svegliarsi fu Johanna. Si mise a sedere e vide i due colleghi che dormivano uno avvinghiato all’altra. Quella scena le ricordò dolorosamente le notti passate con Flack, quando si addormentavano esausti sul divano infagottati in una sola coperta, oppure quando si infilavano sotto alle coperte del letto e ‘giocavano’, come amava dire lui…
Uno scossone la riportò al presente: Kelly era seduta di fronte a lei e la stava fissando.
-Tutto bene? Sembravi come in trance…- le disse.
-Sì, sì, sto bene- si affrettò a rispondere. Ma l’altra non sembrava per niente convinta “Accidenti all’NCIS e ai corsi di psicologia!” pensò, poi aggiunse: -Ti ho detto che sto bene! Perché continui a guardarmi così? Stavo solo pensando a…- si tappò la bocca, ma ormai la frittata era fatta: si era tradita con le sue stesse mani. “Ma che brava poliziotta che sono!” si disse.
-A…?-.
-Niente-.
-Non è vero-.
-Non stavo pensando a niente! E basta a guardarmi in quel modo!- sbottò infine, svegliando Semir che ancora dormiva.
-Che succede?- borbottò, ancora intontito dal sonno.
-Niente- rispose Johanna, lanciando un’occhiataccia a Kelly, che ricambiò.
Durante tutta la colazione Johanna si tormentò, chiedendosi se doveva rivelare o no come si sentiva o no a Kelly? Poteva fidarsi di lei? Insomma, la conosceva da un giorno… Eccome le sembrava di conoscerla da sempre. Finito di mangiare, Kelly sgattaiolò in camera e ritornò poco dopo con il suo giubbotto antiproiettile e la pistola dell’NCIS. Porse entrambi a Semir.
-Indossalo sotto alla maglia. E tieni questa. Non credo che il capo ti farà riavere la tua. È una prova-.
-Grazie- mormorò lui, arrossendo leggermente.
Dopodiché i tre salirono in auto e si diressero verso l’ufficio.
Non fecero in tempo ad entrare che i colleghi accorsero e tempestò Semir di domande.
-Che è successo?-.
-Perché sei fuggito dall’ospedale?-.
-Hai veramente ucciso tu quell’uomo?-.
-Ehi! Siamo in un comando di polizia o in un bar?!- esclamò la Engelhardt. Tutti tornarono immediatamente ai loro posti -Voi tre, venite un momento- disse poi con calma, rivolgendosi a Kelly, Johanna e Semir.
-Gerkhan, sai che sei un sospettato e che non puoi partecipare alle indagini, vero?- disse il capo, prendendo posto alla scrivania -E sai anche che come tale devo trattenerti e interrogarti?-.
-Trattenermi e che??!- esclamò Semir -Capo, non ho ucciso io quell’uomo! Stanno tentando di incastrarmi! Non può interrogarmi!-.
-Ha ragione, Gerkhan, la Engelhardt non può interrogarla- intervenne una voce femminile alle loro spalle. Kelly e Semir s’irrigidirono di colpo -Ma io sì- continuò la donna -E intendo farlo immediatamente-.
-Capo…- Semir lanciò un’occhiata implorante alla Engelhardt, che scosse la testa -Almeno… almeno lasci che Kelly assista all’interrogatorio!-.
-Assolutamente no- rispose la donna senza dare tempo al capo di rispondere -E ora, la pregherei di seguirmi- detto questo si alzò e uscì dalla stanza, facendo cenno a Semir di seguirla.
-Capo, come può permettere alla Shrankmann di interrogare Semir? Lo massacrerà! Lo dichiarerà colpevole dopo avergli fatto sì e no due domande!- sbottò Kelly quando la porta si fu chiusa.
-Mi dispiace, ordini del tribunale- sospirò la Engelhardt, visibilmente dispiaciuta.
-Me ne frego del tribunale! E pure della Schrankmann! Troverò il modo di provare che Semir è innocente, anche se mi ci volesse tutta la vita!- Kelly non riusciva più a controllare la rabbia -Tu sei con me?- chiese poi a Johanna, più bruscamente di quanto avesse voluto. La collega annuì timidamente -Andiamo- le disse, aprendo la porta e indicandole con un cenno del capo di uscire.
-Chi era quella?- chiese più tardi Johanna,mentre l’auto di Kelly viaggiava alla solita velocità un po’ troppo sostenuta.
-Il Procuratore Schrankmann, alias Gonna d’Acciaio- rispose Kelly.
-Perché Gonna d’Acciaio?-.
-Indovina un po’-.
-Vuoi dire che non è la prima volta che si comporta così con voi?-.
-Si è sempre comportata così. Ecco perché il soprannome-.
-E chi gliel’ha appioppato? Semir?-.
-Tom- pronunciando quel nome, Kelly provò un incredibile moto di nostalgia. Quante ne avevano passate insieme! Chissà dov’era in quel momento e se si immaginava tutto quel casino che stavano passando lei e Semir…
Johanna si mordicchiò il labbro inferiore -Mi dispiace- mormorò.
-E per cosa?-.
-Per averti ricordato questo Tom… insomma, hai detto che si è dimesso solo la settimana scorsa…-.
-Almeno Tom è ancora vivo e non mi fa male ricordarlo! Non come… André- le viscere di Kelly si contorsero. André…
-Ti manca, vero? Come a me manca Don…- Johanna si girò verso il finestrino per non far vedere che stava per scoppiare in lacrime.
Per un po’ le due rimasero in silenzio, ricordando le due persone che avevano amato.
-Che ti ha detto il barista ieri quando l’hai interrogato?- chiese improvvisamente Kelly, facendo sussultare la collega.
-Non gli ho cavato niente. Ha voluto subito chiamare il suo avvocato, che quando è arrivato mi ha impedito di fare domande- rispose, abbattuta -Ehi ma dove siamo?- aggiunse quando l’auto si fermò in una zona della città a lei completamente sconosciuta.
-Al KTU, dove lavora Hartmut- spiegò Kelly, entrando in quello che lei aveva scambiato per un’officina di ricambi d’auto.
-Kelly, stavo per chiamarti!- esclamò Hartmut quando vide le due entrare -Guarda qui- le passò un foglio.
Man mano che Kelly leggeva, un sorriso a trentadue denti si allargava sul suo volto -Sì, sì, sì!- gridò, e tutti quelli che stavano lavorando lì si voltarono a guardarla -Questo è quello che ci serve per scagionare Semir!- disse, sventolando allegra il foglio sotto il naso di Johanna, che ancora non aveva afferrato il motivo dell’euforia della collega.
-Andiamo!- la prese per un braccio e la trascinò fuori dall’edificio, salutò Hartmut , montò in auto e partì a tutto gas.
-Dove stiamo andando di preciso?- chiese Johanna, domandandosi se fosse riuscita a reprimere il bisogno di vomitare.
-Ad arrestare Hassan- rispose Kelly, più determinata che mai -Sulla pistola di Semir c’erano le sue impronte e se sulla sua mano troveremo segni di polvere da sparo è nostro!-.
-E se non li troviamo?-.
-Potrebbe non essere un bello spettacolo-.
Johanna la guardò inorridita e in quel momento l’auto si fermò così bruscamente che se non avesse avuto la cintura avrebbe sfondato il parabrezza.
-Ma che sei scema?! Potevi ammazzarci con una frenata del genere!-.
Ma Kelly non la stava a sentire -Guarda guarda- sogghignò, indicando con un cenno Hassan che usciva dal bar. Scese dall’auto e gli andò incontro. Johanna la seguì, badando di tenersi a distanza di sicurezza.
-Kelly! Come sta Semir?- le chiese l’uomo, con un sorriso che più falso di così non poteva essere.
Per tutta risposta Kelly gli torse un braccio dietro alla schiena e tirò fuori le manette.
-Sei impazzita?! Che stai facendo??- gemette Hassan.
-Ti arresto- fece lei -Johanna, il test per la polvere da sparo- disse poi alla collega, che assisteva attonita alla scena.
Johanna eseguì e quando la sostanza diventò blu si lasciò sfuggire una risatina e la mostrò a Kelly.
Quando le due tornarono al comando videro la Schrankmann che usciva, tenendo per un braccio Semir, ammanettato. Kelly fermò l’auto davanti a lei.
-Semir è innocente- dichiarò.
Semir s’illuminò.
-Come fa a dirlo?-ribatté fredda il procuratore.
Johanna quasi le lanciò il referto delle analisi di Hartmut e il test per la polvere da sparo, poi aprì lo sportello posteriore e fece scendere Hassan -Ha cantato come un uccellino- disse, sorridendo.
-Ed è tutto qui dentro- le fece eco Kelly, mostrandole la cassettina di un registratore.
Allibita, la Schrankmann tolse le manette a Semir, che si fiondò tra le braccia di Kelly, prese Hassan, lo fece salire sul furgone per i detenuti, salì in auto e se ne andò.
Kelly e Semir, che non ne volevano sapere di staccarsi l’uno dall’altra, la guardarono allontanarsi e scoppiarono a ridere. Johanna si chiese se tutto quello che era accaduto fino ad ora non fosse soltanto un sogno. Insomma, quando mai aveva vissuto un’esperienza così a New York?
In quel momento un’auto blu con targa americana entrò nel parcheggio del distretto. Lo sportello del guidatore si aprì e ne scese un uomo alto, con gli occhi del colore del cielo in estate e i capelli nerissimi, non molto lunghi ma neanche molto corti. Indossava un completo scuro, una camicia bianca e una cravatta, anche quella scura.
Quando Johanna lo vide, le sue gambe ebbero un cedimento e si dovette appoggiare all’auto di Kelly per non cadere a terra come una pera cotta.
Kelly guardò lei e lui, poi di nuovo lei. E capì.
-Quello è Don Flack?- le chiese.
Johanna annuì meccanicamente, senza staccare gli occhi da Flack. Aveva la bocca asciutta e le sembrava un’impresa persino respirare -N-non ci credo…- mormorò -Non… non è possibile…-.
-Perché non è possibile, scusa?- Kelly inclinò leggermente il capo come un gattino curioso -Io lo vedo proprio come lo vedi tu-.
Johanna era come inchiodata a terra. Notandolo, Kelly alzò gli occhi al cielo e le sferrò un calcetto sul sedere. Semir ridacchiò e si strinse più forte che poté a lei, mentre la loro collega si lanciava tra le braccia di Flack e scoppiava a piangere.
-Johanna, Don!- li chiamò Kelly -Qui da noi c’è sempre posto. Non credete che formeremmo un bel quartetto?-.